L’Enclos e Blancrocher: due liutisti rimasti nell’ombra

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Gravure d'Abraham Bosse pour la Rhétorique des Dieux de Denis Gautier, 1652
Questo articolo in francese è talmente piacevole e completo, che lo segnalo senza aggiungere altro: L’Enclos et Blancrocher : deux luthistes restés dans l’ombre.

Molto credibile (per chi frequenta i liutisti…) l’aneddoto:

Le vieux Gaultier, excellent joüeur de luth, s’estant retiré en une maison qu’il avoit acquise auprès de Vienne, en Dauphiné, l’Enclos y alla exprès pour le voir. “Eh bien, comment te portes-tu ? – A ton service.” Voylà bien des embrassades ; ils disnent et puis se vont promener. “Tu ne joües plus du luth ?” luy dit l’Enclos ; “pour moy, j’ay quitté tretoute cette vilainie. – Je n’en joüerois pas pour tous les biens du monde”, respond Gaultier. Au retour, l’Enclos voit des luths. “C’est pour ces enfans,” dit Gaultier, “ils s’y amusent ; il n’y pas une corde qui vaille ; tout cela est en pitoyable estat.” L’Enclos ne put s’empecher de les prendre ; il trouve deux luths fort bien d’accord. “Hé, dit il, telle piece, la trouves-tu belle ?” Il la joüe. Gaultier luy dit : “Et celle-cy, que t’en semble ?” Ils joüerent trente-six heures, sans boire ny manger.”

Rimando chi fosse in cerca del manoscritto Vaudry de Saizenay a quest’altro post.

La storia della tiorba

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Dall’inizio di ottobre il mio percorso di studio alla SMAV è andato concentrandosi di nuovo sul basso continuo, all’interno del piccolo ensemble (che a me piace chiamare – con insopportabile hybris – ‘Accademia degli Animosi‘) con il quale ci ritroviamo ogni due sabati a Palazzo Grimani per suonare sotto la direzione di Massimo Lonardi.
Per me l’unica opzione era la tiorba che, a dispetto di tutti i miei piani, è così ridiventata lo strumento centrale di studio.
Alla ricerca come sempre di fonti e trattati in rete, segnalo perciò la bellissima Theorbo timeline compilata dal tiorbista Matthew Jones, timeline che consiglio di scorrere, almeno per curiosità.

Da Venezia a Praga, da Vienna a Christie’s

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Screenshot 2016-03-07 19.41.47

Qualche mese fa ho comperato alcuni numeri arretrati del LSA Journal che sapevo contenere articoli su S. L. Weiss e contributi del compianto liutaio Robert Lundberg (e se ancora non avete acquistato il libro che contiene le sue lezioni tenute a Erlangen, fatelo!)

Nei suoi due articoli sul liuto barocco tedesco (Journal of the LSA, vol. XXXII, 1999, pp. 1 – 66) Lundberg si dilunga a spiegare quali liuti di provenienza italiana risultarono molto amati dai liutisti tedeschi del XVIII secolo e perché (e per le sue argomentazioni vi rimando agli articoli).
In sostanza la lettura mi ha parecchio impressionato. In particolare sono stato colpito da alcune citazioni della Historisch-theoretische und practische Untersuchung des Instruments der Lauten (Nürnberg, 1727) di Ernst Gottlieb Baron in cui l’autore non sembra avere in grande stima la tipologia di liuti che definisce “a sacco”[1]. Così mi sono messo in caccia dei liuti citati da Lundberg e dei (pochi) liutai che oggi li riproducono.
La ricerca mi ha condotto dal liutaio di Padova Paolo Busato che mi ha cortesemente accolto per una visita lo scorso 21 gennaio e i cui strumenti mi sono davvero piaciuti (per non parlare della copia del liuto a sette cori di Jacob Hes che ho potuto suonare e di cui mi sono perdutamente innamorato, ma è un’altra storia).
Paolo Busato è finora l’unico che io conosca a riprodurre lo strumento attribuito a Magno Tieffenbrucker a Venezia e modificato (radicalmente) nel 1732 da Joseph Joachim Edlinger, e ha scatenato con alcune sue osservazioni un’ulteriore mia ricerca.
Sia lo strumento di un altro post pubblicato in passato che quello di cui mi occupo oggi furono trasformati dagli Edlinger (Thomas, il padre, e Joseph Joachim, il figlio) in ciò che noi oggi definiamo “liuto barocco a 13 cori” nella loro bottega a Praga che, si suppone, produsse il primo liuto a 13 cori per Silvius (o Sylvius) Leopold Weiss.
Ne è emerso che il liuto in questione era stato catalogato come AR969 dal Kunsthistorisches Museum di Vienna che lo esponeva come prestito della famiglia Rotschild. Dato che internet non dimentica nulla (o quasi) ho potuto trovarne le ultime tracce, quando fu “battuto” da Christie’s nel 1999 a 67.500 Sterline. La foto sul sito di Christie’s non è il massimo, ma la scheda dell’asta è disponibile QUI.
Particolarmente interessante è comunque leggere quanto annotato da Robert Lundberg a proposito di questo liuto:

The magnificent ebony and ivory inlaid 13-course Baroque lute formerly in the Kunsthistorisches Museum was catalogued by Julius Schlosser (in the old catalogue of the Vienna collection) as being made by Magno Tieffenbrucker, Venice, beginning of the seventeenth century. When I first saw photographs of this lute I marveled that the condition was so good and the proportions so excellent for a lute which supposedly had undergone at least two reconstructions. In 1971 I had the opportunity to examine the instrument first-hand for an extended period and concluded that it was a fake. I have since examined this lute on several subsequent occasions and now feel that it is best to call it neither a fake nor a Tieffenbrucker. Rather, this lute is a composite. On the basis of the wood quality and the style and character of the rosette carving, I believe the belly to be Italian from the early seventeenth century, and could very well be from the workshop of Magno Tieffenbrucker. The ebony 11-rib body, 13-course neck, pegbox and bridge were built by J. J. Edlinger in 1732. There are two extant original J. J. Edlinger lutes which are practically identical, both in materials, construction, outline, cross-section and air-mass distribution with this body. I theorize that in all probability Edlinger received the remains of an old ebony lute to convert, but that only the belly was usable. Since he was actively engaged in building copies of Magno Tieffenbrucker lutes, he simply provided the rest of the lute to fit the old belly. (Robert Lundberg, “Weiss’s lute: The origin of the 13-course German Baroque lute” in Journal of the LSA, vol. XXXII, 1999, pp. 35-54)

 

[1] “Deswegen diejenigen Lauten wenig oder gar nichts taugen, welche gleichsam im untern Theil des Corporis wie ein Sack gar zu tieff senn, und kleine Sterne oder Resonanz-Löcher haben; wo aber die Lauten flach gearbeitet, und grosse Resonanz-Löcher haben, ist die Ursache, daß der Thon wacker starck und in die Ferne oder Weite gehe.” (p. 90)

La firma di Magno Tieffenbrucker

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Signature of Magno Tieffenbrucker at Palazzo Grimani, Venezia

Signature of Magno Tieffenbrucker at Palazzo Grimani, Venezia

Da qualche settimana sono ripresi i corsi della Scuola di Musica Antica a Venezia nei locali davvero fascinosi di Palazzo Grimani.
Trovo sempre eccezionale gustare il lusso di suonare le musiche del Rinascimento e del Barocco in un luogo così straordinario, senza contare la posizione centrale, ma un po’ defilata e dunque, nonostante il turismo, ancora silenziosa.
Particolarmente divertente preparare la lezione in una saletta con finestre e porta a vetri, attraverso cui i turisti di passaggio possono fermarsi a curiosare: aggiunge quel pizzico di (sano) esibizionismo…
Ma non basta.
Il liutista accorto scoprirà, grazie all’aiuto dell’ottimo presidente, il flautista Marco Rosa Salva, che proprio il mitico liutaio Magno Tieffenbrucker nel 1618 ha inciso la propria firma su una colonna del cortile del palazzo.
Forse lasciato a fare una lunga anticamera (l’incisione meticolosa ha richiesto tempo) nel cortile del Palazzo, ha ritenuto di comportarsi come l’ultimo dei turisti e lasciare una traccia del proprio passaggio.

Marco da L’Aquila – Opera Omnia online curata da Arthur Ness

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Come ricorderete, l’edizione delle opere di Marco da L’Aquila ha subito percorsi piuttosto complessi, sicuramente segnati anche dal tragico terremoto del 2009.
Il grande musicologo Arthur Ness, cui tutti dobbiamo la fondamentale edizione critica delle opere di Francesco Canova da Milano, aveva curato e pubblicato online la sua edizione delle opere di Marco da L’Aquila, ma il suo sito personale era stato successivamente rimosso, per ragioni credo molto banali, dal suo provider Verizon.
Qualche giorno fa la domanda di un liutista mi ha ricordato che il web nella sua totalità (incredibile, vero?) viene sistematicamente archiviato da Web Archive e che dunque, con un poco di fortuna, forse avrei potuto raggiungere anche le opere di Marco da L’Aquila nell’edizione online di Ness.

Ebbene, effettivamente nel settembre 2014 il sito di Arthur Ness era ancora disponibile ed è stato effettivamente archiviato.

L’edizione di Ness delle opere di Marco da L’Aquila è dunque disponibile a QUESTO INDIRIZZO (anche se forse non per sempre…)

La tiorba di Christoph Koch (Venezia, 1650) custodita al MIM di Berlin

Koch 1650 NkRearIl liutaio canadese Michael Schreiner ha visitato il Musikinstrumenten Museum di Berlin per fotografare e documentare di prima mano la splendida tiorba costruita a Venezia da Cristoph Koch nel 1650.
Vale la pena di apprezzare per intero il suo articolo pubblicato QUI sul suo blog.

Anche la foto che accompagna questo articolo è sua.

Un liuto di Wendelin Tieffenbrucker al MET di New York

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Tieffenbrucker hb_1989.13Ho trovato questa immagine e non ho resistito alla necessità di pubblicarla: attribuito a Wendelin Tieffenbrucker, attivo a Padova e a Venezia nella seconda metà del XVI secolo, è composto da 37 doghe di legno di Tasso bicolore. Naturalmente lo strumento è stato trasformato in un liuto a 13 cori, verisimilmente nel XVIII secolo, ma il guscio – originale – è davvero una piccola opera d’arte.

Maggiori dettagli e fotografie dello strumento sono disponibili alla pagina corrispondente del MET.

Citazione

Leùto?

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Il vocabolo (che soltanto in pochissimi dei codici fiorentini ricorre nella forma ‘liuto’), è usato da Dante una sola volta, quale secondo termine di una similitudine che fa capo a mastro Adamo: Io vidi un, fatto a guisa di lëuto, / pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia / fronca da l’altro che l’uomo ha forcuto (If XXX 49).
[…]
È interessante ricordare innanzi tutto che la terzina sopra citata costituisce la prima testimonianza cronologica che si trovi, del leuto, nella letteratura italiana. Più avanti, nel sec. XIV, esso è più volte menzionato, ma sempre come strumento raffinato delle persone colte, a differenza di quanto avveniva altrove, ad esempio in Germania, ove il leuto era diffuso anche nelle classi medie (anche il Petrarca fu liutista, e alla sua morte, nel 1374, egli legò il suo strumento all’amico Tomaso Bombasi da Ferrara). In ogni caso, e soprattutto al tempo di Dante, esso costituiva un’autentica rarità.

(Raffaello Monterosso, voce “leuto” in “Enciclopedia Dantesca”, Treccani 1970)

Il manoscritto di Vincenzo Capirola è online

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Case MS - VM 140 .C25 (VAULT) Compositione di meser Vincenzo Capirola, -17v

 

Dopo una lunga pausa, dedico il primo articolo sul nuovo hosting WordPress allo splendido manoscritto che riunisce la musica per liuto rinascimentale di “meser Vincenzo Capirola“.

Scrive l’estensore veneziano Vidal – sul quale non possediamo altre notizie:

Considerando io Vidal che molte divine operete per ignorantia deli possesori si sono perdute, et desiderando che questo libro quasi divino per me scrito, perpetualmente si conservase, ho volesto (sic) di cosi nobil pictura ornarlo, acio che venendo ale mano di alchuno che manchasse di tal cognitione, per la belleza di la pictura lo conservasse.

Orlando Cristoforetti scrive nella sua prefazione all’edizione in fac-simile della SPES (Firenze, 1981):

Chi lo redasse comprese perfettamente la funzione pittorica giocata nella psicologia della conservazione. Sia pure fortunosamente, infatti, la “Compositione di meser Vincenzo capirola gentil homo bresano” comparve nel 1883 presso l’antiquario N. Trubner di Londra; la sua provenienza rimane oscura. Successivamente appartenne a un altro antiquario londinese, B. Quatrich, e, dal 1902, a Leo Olschki di Firenze. Qui, due anni dopo, terminò la spirale degli antiquari per intervento della Newberry Library di Chicago, che acquistò il libro per 1500 lire, sottraendo così al pericolo dei disastri che avrebbero poi sconvolto l’Europa, uno dei più interessanti e antichi documenti dell’arte musicale italiana.

Datato dal musicologo ungherese Otto Gombosi verso il 1517 e riprodotto nel 1981 dalla SPES in un’edizione leggibile, ma che riduceva i colori del manoscritto a un unico seppia, la “Compositione” è ora disponibile online interamente a colori.

Curiosamente la scheda dell’opera si trova qui presso la Newberry Library, il PDF sembra poter essere scaricato unicamente da questo indirizzo.