Citazione

Leùto?

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Il vocabolo (che soltanto in pochissimi dei codici fiorentini ricorre nella forma ‘liuto’), è usato da Dante una sola volta, quale secondo termine di una similitudine che fa capo a mastro Adamo: Io vidi un, fatto a guisa di lëuto, / pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia / fronca da l’altro che l’uomo ha forcuto (If XXX 49).
[…]
È interessante ricordare innanzi tutto che la terzina sopra citata costituisce la prima testimonianza cronologica che si trovi, del leuto, nella letteratura italiana. Più avanti, nel sec. XIV, esso è più volte menzionato, ma sempre come strumento raffinato delle persone colte, a differenza di quanto avveniva altrove, ad esempio in Germania, ove il leuto era diffuso anche nelle classi medie (anche il Petrarca fu liutista, e alla sua morte, nel 1374, egli legò il suo strumento all’amico Tomaso Bombasi da Ferrara). In ogni caso, e soprattutto al tempo di Dante, esso costituiva un’autentica rarità.

(Raffaello Monterosso, voce “leuto” in “Enciclopedia Dantesca”, Treccani 1970)

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Il manoscritto di Vincenzo Capirola è online

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Case MS - VM 140 .C25 (VAULT) Compositione di meser Vincenzo Capirola, -17v

 

Dopo una lunga pausa, dedico il primo articolo sul nuovo hosting WordPress allo splendido manoscritto che riunisce la musica per liuto rinascimentale di “meser Vincenzo Capirola“.

Scrive l’estensore veneziano Vidal – sul quale non possediamo altre notizie:

Considerando io Vidal che molte divine operete per ignorantia deli possesori si sono perdute, et desiderando che questo libro quasi divino per me scrito, perpetualmente si conservase, ho volesto (sic) di cosi nobil pictura ornarlo, acio che venendo ale mano di alchuno che manchasse di tal cognitione, per la belleza di la pictura lo conservasse.

Orlando Cristoforetti scrive nella sua prefazione all’edizione in fac-simile della SPES (Firenze, 1981):

Chi lo redasse comprese perfettamente la funzione pittorica giocata nella psicologia della conservazione. Sia pure fortunosamente, infatti, la “Compositione di meser Vincenzo capirola gentil homo bresano” comparve nel 1883 presso l’antiquario N. Trubner di Londra; la sua provenienza rimane oscura. Successivamente appartenne a un altro antiquario londinese, B. Quatrich, e, dal 1902, a Leo Olschki di Firenze. Qui, due anni dopo, terminò la spirale degli antiquari per intervento della Newberry Library di Chicago, che acquistò il libro per 1500 lire, sottraendo così al pericolo dei disastri che avrebbero poi sconvolto l’Europa, uno dei più interessanti e antichi documenti dell’arte musicale italiana.

Datato dal musicologo ungherese Otto Gombosi verso il 1517 e riprodotto nel 1981 dalla SPES in un’edizione leggibile, ma che riduceva i colori del manoscritto a un unico seppia, la “Compositione” è ora disponibile online interamente a colori.

Curiosamente la scheda dell’opera si trova qui presso la Newberry Library, il PDF sembra poter essere scaricato unicamente da questo indirizzo.

Liuto (barocco) modificato da Thomas Edlinger, 1728

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Thomas Edlinger 1728Sto studiando attivamente la musica di Weiss e non posso esimermi dall’esplorare gli strumenti dello stesso periodo.
Dai liuti di Hoffmann a quelli di Sebastian Schelle, di Johann Jauck, di Andreas Jauch fino a quelli (originali o modificati) di Thomas Edlinger.

Colgo dunque l’occasione per segnalare la pagina del Museo Nazionale del South Dakota dedicata allo strumento di Thomas Edlinger, probabilmente a partire da uno strumento veneziano molto più antico costruito da Magno Tieffenbrucker.

“Il famoso liutista Leopold Weiß…”

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Screenshot 2014-08-23 18.00.44E’ stata una lunga pausa da quando ho pubblicato l’ultima pagina di questo weblog.
Dovrei dire di tantissima musica, della XXXVI Sommerakademie – Alte Musik a Neuburg an der Donau e di molte altre cose.
In pratica invece mi limito a segnalare tre deliziose paginette scritte da Friedrich Wilhelm Marpurg e pubblicate a Cölln nel 1786, che ho scoperto grazie alla segnalazione di un altro liutista, Christian Zimmermann.
Digitalizzate nell’immenso progetto della Bayerische Staatsbibliothek, sono consultabili (e scaricabili) QUI.

In effetti sono in tedesco, e stampate nella famigerata fraktur, ovverosia in quel tipo di carattere utilizzato nelle tipografie di lingua tedesca fino a pochissimo tempo fa e derivato dalla famiglia cosiddetta gotica.

In pratica si racconta di come “il famoso liutista Leopold Weiss” abbia visto la sua futura moglie durante una passeggiata serale a Breslau, l’abbia abbordata con un Compliment, le abbia domandato se fosse già sposata e, alla di lei risposta negativa, le abbia immediatamente detto che sperava allora di essere il fortunato sposo.

Mentre ero alla ricerca di altre informazioni su Sylvius Leopold Weiss non ho resistito a pubblicare questa, così imprevista e graziosamente raccontata.

Il liuto esposto al Cleveland Museum of Art

Arciliuto - Cleveland Museum of ArtIeri ho avuto il piacere di trascorrere qualche ora in compagnia del liutaio Ivo Magherini: abbiamo chiacchierato di tantissime cose, e ovviamente di liuti, arciliuti, chitarre all’italiana e alla spagnola e tiorbe francesi e chitarroni romani.
Seduti al sole di fronte a un generoso piatto di calamari fritti accompagnati da Malvasia locale tanti dettagli tecnici sono diventati più chiari.
Tra gli strumenti di cui mi ha parlato c’è questo liuto / arciliuto anonimo, conservato al Cleveland Museum of Art che presenta chiari interventi di modifica al primo cavigliere.

Cerco di leggere, comprendere, studiare, al di là dei dogmi organologici che via via si formano e scompaiono.
La lunghezza delle corde tastate sembra indicare un arciliuto di area veneziana con la caratteristica di avere la tratta “corta” e i bordoni singoli.
Non è l’unico sopravvissuto di questo genere: un altro (di Johannes Hieber e Andreas Pfanzelt, 1629) figura nella collezione di Charles Beare e non è purtroppo visibile facilmente (almeno così mi hanno raccontato).

Agli organologi lascio volentieri l’ardua sentenza 😉

Un intarsio e le corde

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Bundle-klein1Dagli intarsi di Fra Damiano da Bergamo presso lo Château de la Bastie d’Urfé, ricostruiti al Metropolitan Museum of Art di New York, proviene l’immagine di questo post.

Un visitatore (Marc Lewon) ha commentato in questo bel post le sue riflessioni sulle corde del liuto rappresentate in questo dettaglio degli intarsi e come il loro curioso aspetto “morbido” coincida con le indicazioni di altri trattati successivi (Hans Gerle, 1546 e Adrian Le Roy, 1574).

Robert de Visée, Pièces en A mi la

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Ho cercato in varie registrazioni e con un certo stupore ho rilevato che, per quanto ho potuto trovare, nessuno aveva registrato i brani in A mi la di Robert de Visée dal manoscritto Vaudry de Saizenay.

Con una buona dose di hybris ho messo quasi tutti i sopradetti brani in un ordine che io trovo gradevole: potete scaricarli da QUI e dirmi se pensate che costituiscano una Suitte (sic) accettabile.

La sostituzione dei legacci

All’improvviso mi accorgo che tutto il mio tempo libero è stato assorbito dalla tiorba, in modo particolare da Robert de Visée (da cui non riesco a separarmi) e da Kapsberger (che dovrei decidermi a studiare meglio…).
A proposito di Kapsberger poi, non riesco a liberarmi dalla tentazione di pensare che il ben noto ritratto dell’uomo con il chitarrone di Van Dyck sia dedicato a lui. Solo un blink 😉

Tornando al tema di questo post, non credo che siano in molti ad amare svisceratamente l’inevitabile sostituzione dei tasti/legacci dei propri strumenti. Mentre cercavo tutt’altro, sono caduto sulla pagina del liutaio francese Gwendal Le Corre (begli strumenti da studio – tra l’altro – e non cari…) che ha pubblicato una breve documentazione fotografica sulla sostituzione dei tasti. E’ talmente ben fatta (per una volta…!) che ho pensato che dovessi prenderne nota.
Non trovo più l’indirizzo originale da cui l’ho scaricata, ma potete trovarla QUI.